Riccardo Giacconi

Chi ha lottato con l'angelo resta fosforescente
Maria Luisa Spaziani (poetessa)
in conversazione con Riccardo Giacconi
Roma, ottobre 2011
pubblicato su Rrose N.2 (PDF)



Pablo Picasso, Ritratto di Maria Luisa Spaziani (nella casa della poetessa)




Su cosa sta lavorando in questo momento?

Guardi, devo subito premettere che io non lavoro mai. Ho avuto la grande fortuna di divertirmi enormemente in tutte le cose che ho fatto, anche in quelle che la vita mi ha costretto a fare – in vita mia ho svolto tanti mestieri. Ad esempio, ero campione internazionale di stenografia, e questo mi ha portato a viaggiare molto; ero spesso chiamata da grandi ditte e organizzazioni internazionali. Poi per almeno trent’anni ho fatto la giornalista e l’inviata speciale per giornali e riviste. Ho inoltre tradotto più di trenta libri. Tutte queste cose non hanno però contrassegnato una parte della mia vita, in quanto erano sovrapponibili, intercambiabili. Mentre insegnavo Lingua e Letteratura Francese all’Università di Messina, ad esempio, l’editore Garzanti mi affidò la traduzione delle tragedie di Racine, che mai erano state tradotte in rima. Mi ricordo che di sera, stanca morta dopo dieci ore di discussioni di lauree, l’unico modo per riprendere fiato era tradurre due o tre pagine di Racine. Tutto quello che ho fatto in vita mia mi è piaciuto molto. Ho perfino cantato, ai tempi in cui avevo ancora la voce! Adesso se n’è andata, ma alla mia età è giusto che qualche penna si perda per la strada.


Nel 1982 Calvino ha scritto un saggio che ha chiamato Tradurre è il vero modo di leggere un testo. Lei ha svolto un lavoro importantissimo nel campo delle traduzioni. Può parlarmi dell’esperienza della traduzione nella Sua vita, e di qual è stata la traduzione che più Le è piaciuto svolgere?

Devo dire che la galoppata nelle tragedie di Racine è stata meravigliosa, ma altrettanto mi piace tradurre la prosa, tant’è vero che sono stata scelta dalla Marguerite Yourcenar per tradurre tre dei suoi libri. E pensi che sono stata scelta quando non eravamo in buoni rapporti, avevamo appena litigato: vuol dire che mi dava fiducia. Ho tradotto Il colpo di grazia, uno dei suoi primi libri, un vero capolavoro. Ho inoltre tradotto un libro di una difficoltà enorme, uno dei più difficili del mondo: Madame Bovary. Ci ho messo tre anni a tradurlo.

Per entrare in un testo ci sono molti sistemi: quello più adottato, e più disgraziato, è quello di leggerlo in fretta per sapere come va a finire. Ma un libro vero dovrebbe essere letto, come suggerisce Leo Spitzer, tre volte: la prima per averne un’idea generale; la seconda per approfondire alcune cose; la terza per centellinare la lettura, come a farne una traduzione.


Nel 1992 è uscito un suo libro di interviste immaginarie a venti poetesse vissute fra Ottocento e Novecento: Donne in poesia. Anche lei è una “donna in poesia”.

Qualche anno fa, il Corriere mi ha chiesto di rispondere alle domande del celebre “questionario di Proust”. Una delle domande era: “Che cosa cambierebbe nel Suo fisico?”. E io ho risposto: “Il sesso, naturalmente!”. Il sogno di ogni donna creativa è stato quello di essere nata uomo, perché avrebbe avuto molte meno difficoltà. Per quanto mi riguarda, però, devo dire di essere stata molto fortunata. Quand’ero alle scuole elementari, costruivo dei piccoli libretti, e ci scrivevo sopra “Editore Mondadori”: quelle parole erano già un mito per me. Dopo aver messo insieme le mie prime poesie, a venti o ventun’anni decisi di provare a farmi respingere dalla Mondadori. Spedii le mie poesie, senza raccomandata e senza lettera di accompagnamento, a “La Collana dello Specchio, Editore Mondadori, Milano”. Dopo qualche tempo – io ero a Parigi con la mia prima borsa di studio – mi rimandano la posta da Torino, e dentro c’era il contratto di Mondadori per “Lo Specchio”! Incredibile che io – femmina, inedita e giovane – uscii fra Cardarelli e Ungaretti.


Diceva di avere la fortuna di non lavorare mai. Di cosa si sta occupando adesso, quindi?

Nonostante abbia scritto poesia, prosa, aforismi e testi teatrali, io non mi appresto mai a fare niente. Anzi, certe volte mi dico: “Non ho niente da fare!”. E poi, arriva quello che io chiamo l’angelo, che all’improvviso mi prende per la mano: alle dieci del mattino circa, io entro in un’altra dimensione. Per moltissimo tempo, l’angelo ogni giorno mi ha dettato quattro o cinque poesie, pronte per essere stampate. Da un anno a questa parte, l’angelo ha raddoppiato, perché ne ho scritte anche dieci al giorno. Perciò ho una produzione inedita enorme; Mondadori è disperato, mi dicono sempre: “Signora, lavori meno per carità!”.


L’angelo arriva sempre alle dieci del mattino?

Pressappoco. È un’aria magica, quella, per cui non do appuntamenti a quell’ora. Se l’angelo arriva quando c’è altra gente, se ne va. Non aspetta, non ha pazienza.


Vorrei chiederle di leggere Canzonetta, una Sua poesia dalla raccolta La stella del libero arbitrio (1986).

Nessun sentiero inganna,
nessun presagio mente.
Chi ha lottato con l’angelo
resta fosforescente.

È così, è così. Chi ha frequentato la poesia è diverso dagli altri, perché ha intuito, anche per poco tempo, qualcosa che è al di fuori della visuale comune (dare per certo che la materia ci sia, che i sentimenti esistano preordinati, che le cose che cerchiamo siano proprio quelle…). È come se, per chi ha frequentato la poesia, le cose e le persone avessero un’aureola intorno. Essere poeti vuol dire vedere le cose – anche una matita, una pietra, una caffettiera – con un’aureola intorno. Perciò una cosa che si dice, stupidamente, impoetica, diventa poesia se viene investita dalla poesia. Cioè, diventa fosforescente.


Nella Sua serie di interviste immaginarie Donne in poesia (1992), lei fa dire alla poetessa Marina Cvetaeva che “i grandissimi poeti sono quelli che devono sempre lottare con l’angelo, cioè con le strettoie e le ambiguità della lingua”. L’angelo è quindi la lingua, il logos?

Non esattamente, perché non si sa in che lingua parli. Nella mia Giovanna d’Arco (1990), ad esempio, non sapevo come far parlare l’angelo che si rivolge a Giovanna per annunciarle il suo destino. Il francese antico era troppo letterario, quello moderno troppo confidenziale, il latino non funzionava: ho quindi provato con delle parole senza senso. Ed erano quelle giuste, perché l’angelo non si esprime in una lingua identificabile, in cui io possa riconoscere il congiuntivo. Eppure parla, come dice Giovanna, con “non umana chiarezza”. Cioè una chiarezza che non corrisponde alla lingua. L’angelo è l’ispirazione, semplicemente.


Potrei chiederle di leggere uno dei passi dell’angelo?

Abraca cos mané, amì savul.
Benedìcite te, alba Jeannette,
micovalen saddéte e multa ardentes
trafologar senìndete gloriosa.
Marò mivalla univallentes pria
cresciò bundantia crivellò carene,
multa de Dio convene arcisaviota
marlinevelle adasto. Lunsitoni,
gronsilampe sarrete ultravalente
microlombat antares unisarfiota
crenalantoni crivellò carene,
unisarfiota ter unisarfiota.

Pensi che alcuni recensori mi hanno fatto i complimenti per la mia grande conoscenza del latino medievale o del francese dei trovatori: tutte cose che non hanno niente a che fare con queste parole in libertà, dove ho mescolato insieme parole di lorenese, di tedesco, di romanesco (“soreta”, ad esempio).


Mi ha colpito anche l’ultima ottava del libro, che mi sembra molto rilevante rispetto al tema dell’angelo.

Sì, perché Giovanna confonde l’intuizione del fuoco con le ali dell’angelo. L’angelo e il fuoco sono molto vicini nell’immaginario poetico.

Tu chiamavi piumaggio queste luci
che alle spalle mi spuntano, Giovanna.
Devi sapere: sono pura fiamma
e in cima al tuo destino ti aspettavano.

Quando riapro questo libro mi commuovo sempre un po’. Non si dovrebbe: l’autore dovrebbe essere distaccato. Ma la Giovanna d’Arco è proprio il cuore del mio cuore.


L’angelo parla una lingua che non è in realtà una lingua. C’è qualcosa che spinge dal di fuori del linguaggio, qualcosa che bisogna ascoltare, cogliere, aspettare. L’ispirazione arriva sempre da una zona limitrofa del linguaggio?

Il linguaggio è una delle manifestazioni dello spirito, ma non è l’unica. Tant’è vero che ci sono molti santi che non hanno scritto o letto, eppure avevano dei contatti straordinari con le massime essenze.


La Sua poesia In forma di croce (da Poesie dalla mano sinistra, 2002), termina in questo modo: “dal cozzo nascono scintille / – sono i capolavori –. / Il genio umano si proietta in forma / di croce”. Come si produce questo cozzo, in Lei?

Si produce in forma di poesia. Non c’è una sola mia poesia che sia solamente orizzontale o verticale: se fosse tutta verticale si vanificherebbe, come il vapore; se fosse tutta orizzontale sarebbe il linguaggio della prosa quotidiana, dei giornali o delle nostre conversazioni. La poesia arriva soltanto quando c’è l’intersezione dell’orizzontale col verticale.


E rispetto allo scontro fra intimo e politico? Sempre in Donne in poesia, Lei fa dire a Marcelline Desbordes-Valmore: “La poesia è sempre politica”.

I governi sono sempre stati contrari alla poesia, perché la poesia porta lontano dall’idea della forza e del potere. La poesia non chiede niente. È una magia, se si vuole definirla così, ma è in realtà molto superiore, perché la magia chiede sempre qualcosa in cambio (che mia madre guarisca, che il mio amore mi contraccambi, che io diventi ricco…). La poesia invece non chiede niente, è puro disinteresse. È puro spirito, che naturalmente si deve vestire del linguaggio corrente, di certi argomenti. Io posso fare una grande poesia anche cantando le barricate (come ha fatto certe volte Majakovskij): cosa c’è di più volgarmente pratico di qualcuno che salta su una barricata e si mette a sparare? Se però queste cose le rivesto della forma della poesia, allora diventano necessarie e magiche, e non sono più un articolo di giornale.


Dove situerebbe la distinzione fra poesia e prosa?

Naturalmente nel ritmo e negli accenti. Certe volte, come una sorgente d’acqua dolce che si perde in mare, succede che nella prosa rimangano degli accenti e dei ritmi della poesia, senza che l’autore se ne accorga. Qualcuno ad esempio ha fatto uno studio su tutti gli endecasillabi che ci sono nei Promessi Sposi. Il ritmo è una musica che si insinua fra le parole, in forma di accenti. Se Dante avesse deciso di mettere gli accenti giusti sempre negli stessi posti, il risultato sarebbe stato di far addormentare i suoi lettori. Il ritmo è la sferzata che deve arrivare a ogni verso per catapultare il lettore nel verso seguente. Nel mezzo (2); mi ritrovai (4); ché (1).


Qual è il Suo rapporto con la musica?

Io amo molto la musica, vivo di musica. Ho studiato malamente il pianoforte e ho poi studiato un po’ il canto con Montale che, non cantando più, voleva trovare un’allieva di canto. Però è una cosa che costa anni di attenzione e di fatica. Per me, il concerto in re minore per pianoforte e orchestra K466 di Mozart è il vertice più alto che abbia raggiunto l’ingegno umano: un assoluto, una meraviglia totale.


A proposito della musica, leggerebbe L’arte della fuga, un’altra poesia da Poesie dalla mano sinistra?

Arte di morte è l’arte della fuga.
Su per scale di suoni e di vertigine
ci trascina in foreste senza uscita.
Rami intricati, abissi, vuoti d’aria.
Bach, Piranesi, deliranti esiti
verso cieli virtuali. Un affannoso
anelito di vita, gabbia assurda
dove febbrile abbracci le tue braccia.



Lei ha detto che l’amore è stata una forza molto importante nella Sua poesia.

Nella mia vita, anche. Come giustamente dice Proust, l’amore è esattamente una malattia, come prendersi l’influenza. Ti fa preferire l’uomo brutto, povero e antipatico a quello bello, giovane e ricco. Quando si è innamorati non si riesce a fare un’analisi perché, come dice sempre Proust, innamorarsi significa porre l’idea dell’assoluto in un relativo. In quel momento quella persona, per quanto brutta, antipatica, vecchia, diventa tutta la tua vita. Guardi che è una bella spaventosa trappola, eh! Però è impossibile evitarlo; lo evitano solo quelli totalmente privi d’immaginazione.


Un’altra Sua poesia del 2002, riferita alla sinfonia n.8 di Schubert, si chiama L’incompiuta.

Anch’io lascerò la mia “Incompiuta”.
Sarà semplicemente la mia vita.
Lascerò nel senso che rimanga.
Lascerò nel senso che la perda.
Ogni uomo, ogni donna morendo
lascia da fare il più. La morte a tradimento
ci sorprende in un punto inatteso.
Gabbiani per sempre feriti, colonne spezzate.
Sta registrando, qualcuno, il “non scritto”?
Speranze ancora vive, libri da finire,
corrente che singhiozza. Soprattutto
i figli, destini a noi per sempre ignoti.



Quali sono i Suoi progetti incompiuti?

Non ho progetti incompiuti, perché vivo alla giornata. Però mi piacerebbe mettere insieme un grosso romanzo che ho scritto a pezzi, e che poi è stato ritrovato qua e là, perfino dentro sacchi di juta. Una volta mi trovavo nella mia casa di campagna vicino Viterbo, sola e senza più carta. Scrivevo allora su dei fogli sparsi, presi da un vecchio catalogo, e li mettevo in un sacco di juta, dicendomi che un giorno li avrei rimessi a posto, cosa che non è più stata fatta per quindici anni. Un giorno, un mio segretario ha deciso di rimettere finalmente insieme questa storia. Dovrebbe essere ordinata e pubblicata, ma ancora non l’ho proposta a nessuno.


Ha già il titolo?

Sì: Malinconia del boia. Chissà se verrà pubblicato, magari lo troveranno quando non sarò più qua. Se dovessi pubblicare tutto quello che ho scritto, andrei avanti altri quindici o vent’anni.


In cosa ha fiducia?

Ho fiducia nella vitalità della gente. Anche se la politica tocca tempi bassi e disperanti, ho fiducia che poi ci si riprenda. Se studiamo la storia del medioevo, apprendiamo che sono passati secoli in cui non succedeva niente, in cui la gente moriva di fame. C’è una vitalità di fondo che ogni tanto emerge, come cellule di un corpo morto che ogni tanto tirino fuori un boccio nuovo.


Grazie davvero.